admin on novembre 25th, 2009

toronto




Ogni viaggio finisce, dove inizia quello successivo.

admin on novembre 13th, 2009

Ho scritto molto in queste tre settimane. E ho anche riflettuto, metabolizzato, confrontato, raccolto informazioni di tutti i tipi, sia a Toronto, sia in Italia.

C’è molto lavoro da fare. Moltissimo.

L’applicabilità del modello di KB a scuola è ancora tutto da dimostrare nel nostro contesto scolastico. O perlomeno, è necessario raccogliere esperienze, buone pratiche, linee guida per capire alcune cose sulla situazione italiana:

  • Dove è stato già applicato il modello? In che misura?
  • Con quali risultati?
  • In che modo è stato applicato? Con quale “sequenza” di azioni, di decisioni?
  • Quali cambiamenti organizzativi, strutturali, amministrativi, formativi si sono resi necessari per raggiungere questo risultato?
  • Quali sono le variazioni necessarie per applicare il modello?

sviluppoUna volta raccolte queste informazioni, creata una mappa delle esperienze – o forse, lavorando parallelamente con la prima operazione – risulta fondamentale creare un corpus di idee, documenti, report, articoli, traduzioni. Rigorosamente in italiano.

Si, perchè uno dei problemi relativi al KB è che la maggior parte dei contributi teorici è rigorosamente in inglese, mentre quelli in italiano, partendo già da una solida base teorica, si focalizzano spesso su esperienze troppo specifiche o circoscritte. E le insegnanti italiane, in generale, non masticano moltissimo inglese. Ma potrei anche sbagliarmi.

Con questo corpus di materiale è possibile definire meglio le coordinate del modello KB-Italy e creare una base comune, condivisibile, da cui partire. Diventerebbe così molto più semplice parlare di KB a scuola, fornire un modello, descrivere cosa si può fare, uscire dalla teoria e passare alla pratica. Il testo che ha curato Stefano per Scriptaweb, il modesto contributo che abbiamo preparato per TD e alcuni articoli già in circolo nel CKBG sono sicuramente un grande passo avanti in questa direzione di filtraggio della teoria e messa in circolo delle pratiche.

DSCN0763Il terzo passaggio è l’azione, ed è la cosa più difficile. Non si tratta solo di trovare le scuole disposte ad alcune sperimentazioni, ma si tratta di individuare i punti più solidi su cui poggiare le linee guida della seconda fase.

E qui c’è una sostanziale differenza tra l’approccio di Marlene e il mio (che avanzo con moltissima modestia e rispetto, ovviamente). Con la sua incredibile vision e il suo entusiasmo Marlene è convinta che tutto passi attraverso Knowledge Forum. Mi spiego meglio. Da quello che ho potuto osservare direttamente all’OISE, esistono sostanzialmente due prospettive: da un lato abbiamo il KB tecnologico, legato fortissimamente a KF, dall’altro abbiamo il modello pedagogico-dialogico, che potrebbe tranquillamente esistere senza KF.

Marlene, per molti versi, è più associabile al primo, nonostante la sua continua sottolineatura della necessità di tenere separati tecnologia e pedagogia, in qualche modo sovrapposti, interfacciati, ma anche concettualmente autonomi. In un modello teorico come il KB, sulla cui base e sulle cui esigneze si è sviluppato Knowledge Forum, a volte può essere motlo difficile rispettare questa distinzione.

All’ICS, a mio avviso, prevale la seconda sfumatura, ossia una maggiore attenzione al modello pedagogico-dialogico.

Il ponte tra le due cose, sebbene pesi molto sul primo aspetto è rappresentato da Pinball, l’interfaccia che ho progettato e che permette di trascrivere la discussione in presenza (e quindi sostanzialmente il lato dialogico) e trasformarla in note di KF.

A mio avviso, ma ci sono ragionevoli margini di revisione di questa teoria, l’applicazione del modello in Italia, può passare attraverso la seconda prospettiva, per giungere, eventualmente alla prima, per una serie di considerazioni.

DSCN0800Inanzitutto, per il KB risulta fondamentale cambiare tre cose: forma mentis, modus operandi e strumenti. Con il primo elemento, mi riferisco al cambiamento di modello pedagogico, non più trasmissivo, ma collaborativ0-costruttivo. A parole è semplice, ma nella pratica difficile. La perdita del controllo del processo (per alcuni aspetti, ovviamente), lo spostamento dell’accento dal contenuto al processo di costruzione della teoria, il passaggio da “nozione” a “teoria”, da “informazione” ad “idea”, la necessità di rivedere i dispositivi didattici sono operazioni delicate, difficili da digerire e altrettanto complesse da operazionalizzare.

DSCN0804Supponiamo si riesca anche a superare questa serie di ostacoli, emerge l’esigenza di immaginare un diverso modo di agire in aula, una diversa gestione delle attività, una ridefinizione dei compiti, dei confini delle attività, dei passaggi da una tematica all’altra. Da questo punto di vista le difficoltà sono moltissime, ma non le elenco qui, rinviandole ad un’altra occasione, con la discussione di un articolo di Marlene che spiega molto bene le differenze con altri modelli pedagogici, per così dire, non tradizionali. Da questo punto di vista, in letteratura, anche in testi più divulgativi è facile rintracciare strategie e tecniche applicabili a questo secondo passaggio.

Il terzo elemento riguarda gli strumenti. Facciamo un esempio. Immaginiamo di aver superato i primi tre ostacoli, siamo pronti a discutere con la nostra classe in modo aperto, abbiamo ben in mente i dodici principi, siamo seduti in cerchio da qualche parte, abbiamo il nostro buon pc su cui prendere appunti o il classico quaderno. Tutto pronto. Si parte.

Come registreremo le informazioni? Come le legheremo l’una all’altra? Come organizzeremo concretamente e visibilmente il materiale prodotto dalla discussione? Come lo riutilizzeremo la prossima volta? Come integreremo la discussione in corso con altre risorse, ad esempio libri, documenti, internet? Quali saranno le regole del gioco?

DSCN0816Mi viene in mente la presentazione di Richard sulla sua esperienza con i post-it. Efficace e molto vincente!

E qui emerge la tecnologia. Il passaggio sembra quasi diretto e obbligatorio: la LIM, Knowledge Forum, uno o più pc, qualche mappa mentale, un wiki, le fotocopie, qualche schema prodotto da uno dei bambini, insomma qualsiasi cosa che abbia a che fare con la registrazione, il confronto, l’intersezione delle idee, tutto ciò diventa strumentale. Diventa un’esigenza, non più un’imposizione.

Richard mi faceva l’esempio della scrittura e della lettura. I bambini devono essere messi nelle condizioni di desiderare di imparare a leggere e scrivere, in quanto permette di fare altre cose, non “obbligati”, in quanto dai 5 anni è previsto che un bambino inizi ad imparare. Leggere e scrivere sono requisiti fondamentali, ma sono strumentali rispetto all’acquisizione di competenze e conoscenze. La stessa cosa deve avvenire con la tecnologia: devi usarla perché ti serve, non perché ti è imposta.

DSCN0807Un secondo ordine di considerazioni riguarda l’attuale contesto scolastico, deprecabile per il 99% delle condizioni instaurate dall’ultima riforma. Penso innanzitutto alla compresenza, che permetterebbe di lavorare su sottogruppi a turno: con la maestra unica ce lo possiamo scordare. Ma se aprissimo le classi? Se immaginassimo un maggiore coinvolgimento delle tirocinanti? Faccio un esempio. Grade 5th/6th, due classi, due insegnanti, due Interns, ossia tirocinanti. Ho visto questi due tirocinanti coinvolti al 100% nelle attività, anzi, progettarne,coordinarne e valutarne di proprie, senza nemmeno la supervisione di Ben e Julia. Coraggiosi? Non poi tanto, se si considera che anche gli interns hanno studiato per fare quel lavoro, e quindi dovrebbero essere riconosciuti come professionalmente adatti a fare molte cose. Ma quanti sono i tirocinanti nelle scuole? Cosa fanno? Come vengono coinvolti nel lavoro quotidiano?

Discorso analogo per le tecnologie: pc nelle classi, lavagne interattive, proiettori, portatili, e-book sono spesso un sogno, ma le scene che ho avuto sotto gli occhi vanno in una direzione differente. Credo che su 10 ore di lavoro a cui ho assistito solo una o due richiedevano ostinatamente l’uso di qualche ausilio tecnologico. Il resto poteva tranquillamente basarsi su carta e penna.

DSCN0805Se poi l’ondata di rinnovamento porterà qualche novità e qualche risorsa in più, ben venga.

Ultimo ordine di considerazioni: chi a chi? Chi forma chi? A che tipo di insegnanti ci stiamo rivolgendo? Quale modello di insegnante/classe/allievo/scuola abbiamo in mente mentre leggiamo queste riflessioni? Quali sono i requisiti per poter partecipare? Su quale ordine di grandezza puntiamo? La scuola, la classe, l’interclasse, un gruppo sperimentale?

E ancora, chi formerà queste insegnanti per sperimentare questo “nuovo” (virgolette d’obbligo, visto che esiste da decenni) modello di didattica?

In questo ordine di riflessioni vedo come risposta più ovvia il CKBG sia in termini di individuazione, selezione e sviluppo dei campi di azione (= delle scuole), sia in termini di divulgazione del modello, di definizione delle coordinate teoriche e operative, di formazione (e ricordiamoci che sull’online siamo abbastanza ferrati!!! :-) ) e di valutazione del processo.

Insomma, quale sarà il prossimo passo?

Ora Italiana: 14/11/2009 – 2:25

admin on novembre 13th, 2009

In ogni attività didattica uno degli aspetti più importanti è sicuramente il momento in cui ci si ferma e ci si chiede “E quindi?”. Tirare le fila, raccogliere i punti salienti, riassumere, schematizzare, ridefinire, controllare che le idee siano al posto giusto, che tutto torni, che nessuno sia rimasto indietro, che tutta la classe abbia colto le coordinate di quello che ha fatto, che sappia ricollocarle in uno schema più ampio.

Le nostre insegnanti lo fanno continuamente, ad ogni compito, ad ogni punto saliente in cui sia il momento di fare il Ripasso.

DSCN0818All’ICS, l’operazione assume un ruolo diverso, collocandosi in un disegno più ampio. Sono molte di più le occasioni in cui si tirano i remi in barca, si prende una boccata d’aria, si ammira il panorama e si ripensa al percorso appena effettuato.

È il caso dei A&A, Apology & Appreciate, una sorta di esame di coscienza laico in cui i bambini ripercorrono la giornata appena trascorsa e valutano quali sono i momenti in cui non si sono comportati propriamente bene, e quali quelli in cui hanno apprezzato il comportamento di un loro compagno. Notare che non c’ un momento in cui un bambino può “accusarne” un altro di un comportamento negativo, sarà lui stesso – si spera – a scusarsi per i propri errori.

E possiamo immaginare di che “gravissimi” errori si tratti.

DSCN0702È il caso del Debrief collocato qui e là nell’arco della settimana: un ripasso ad ampio respiro delle cose che la classe ha imparato nei giorni precedenti, un buon modo per controllare se qualcuno si è perso qualcosa. Ma d’altra parte, lo stesso KB Talk è per alcuni versi una forma di debrief: i bambini, a turno, possono fare una domanda, esporre un loro dubbio, chiedere qualcosa alla community. A turno, gli altri, provano ad ipotizzare risposte, a valutare opzioni, possibili spiegazioni, con almeno un duplice ordine di requisiti: una sufficiente generalizzabilità della propria teoria e un minimo di supporto di dati o esperienze.

Potrebbe essere un buon modo per raccogliere le idee e valutare il percorso successivo, magari localizzando, situando il KB Talk su quanto è stato fatto nel corso dell’ultima settimana.

Il limite di questo approccio, tuttavia, è che produce risultati circoscritti. Il  KB Talk funziona perché è aperto, può muoversi in moltissime direzioni, possibilmente circostanziate anche dal programma, da curriculum. Se si concentra su una serie di argomenti trattati, i contributi saranno sostanzialmente limitati a quello che i bambini si ricordano di quanto fatto in classe, senza produrre nuove traiettorie di sviluppo.

DSCN0819

Ora Italiana: 14/11/2009 – 2:18

In ogni attività didattica uno degli aspetti più importanti è sicuramente il momento in cui ci si ferma e ci si chiede “E quindi?”. Tirare le fila, raccogliere i punti salienti, riassumere, schematizzare, ridefinire, controllare che le idee siano al posto giusto, che tutto torni, che nessuno sia rimasto indietro, che tutta la classe abbia colto le coordinate di quello che ha fatto, che sappia ricollocarle in uno schema più ampio.

Le nostre insegnanti lo fanno continuamente, ad ogni compito, ad ogni punto saliente in cui sia il momento di fare il Ripasso.

All’ICS, l’operazione assume un ruolo diverso, collocandosi in un disegno più ampio. Sono molte di più le occasioni in cui si tirano i remi in barca, si prende una boccata d’aria, si ammira il panorama e si ripensa al percorso appena effettuato.

È il caso dei A&A, Apology & Appreciate, una sorta di esame di coscienza laico in cui i bambini ripercorrono la giornata appena trascorsa e valutano quali sono i momenti in cui non si sono comportati propriamente bene, e quali quelli in cui hanno apprezzato il comportamento di un loro compagno. Notare che non c’ un momento in cui un bambino può “accusarne” un altro di un comportamento negativo, sarà lui stesso – si spera – a scusarsi per i propri errori.

E possiamo immaginare di che “gravissimi” errori si tratti.

È il caso del Debrief collocato qui e là nell’arco della settimana: un ripasso ad ampio respiro delle cose che la classe ha imparato nei giorni precedenti, un buon modo per controllare se qualcuno si è perso qualcosa. Ma d’altra parte, lo stesso KB Talk è per alcuni versi una forma di debrief: i bambini, a turno, possono fare una domanda, esporre un loro dubbio, chiedere qualcosa alla community. A turno, gli altri, provano ad ipotizzare risposte, a valutare opzioni, possibili spiegazioni, con almeno un duplice ordine di requisiti: una sufficiente generalizzabilità della propria teoria e un minimo di supporto di dati o esperienze.

Potrebbe essere un buon modo per raccogliere le idee e valutare il percorso successivo, magari localizzando, situando il KB Talk su quanto è stato fatto nel corso dell’ultima settimana.

Il limite di questo approccio, tuttavia, è che produce risultati circoscritti. Il KB Talk funziona perché è aperto, può muoversi in moltissime direzioni, possibilmente circostanziate anche dal programma, da curriculum. Se si concentra su una serie di argomenti trattati, i contributi saranno sostanzialmente limitati a quello che i bambini si ricordano di quanto fatto in classe, senza produrre nuove traiettorie di sviluppo.

admin on novembre 13th, 2009

Mentre sotto di noi sono completamente scomparse le luci della città, ripenso ad alcune immagini che ho nella mente e che riguardano, ancora una volta, la gestione della classe, del tempo e dello spazio in una Knowledge Building School.

DSCN0743Se provate a scorrere alcune delle foto che ho inserito nel blog e in questo post, vi accorgerete subito di una struttura completamente differente da quella cui siamo solitamente abituati. Niente banchi, solo tavoloni da sei persone, lavagne di tutti i tipi, fogli giganti, ma soprattutto il tanto celebrato tappeto su cui avvengono i KB talk.

La cosa che mi ha colpito di più è sicuramente la diversa struttura delle attività che tale organizzazione degli spazi porta con sé. I bambini, in uno spazio aperto come il tappeto, sono liberi di muoversi come preferiscono e l’insegnante non può fare molto: dopo un po’ che sei seduto per terra hai bisogno di muoverti, cambiare posizione, spostarti, girarti sull’altro lato. Viene naturale. Così i bambini, anche se non si sdraiano sono sempre “mediamente più svaccati” di quanto il 95% delle insegnanti sarebbe disposto a tollerare.

La disposizione è solitamente a cerchio, a gruppi, o libera, per terra, e spinge l’insegnante allo stesso livello dei bambini: per terra, con lo sguardo poco più sopra delle loro teste.DSCN0750

Nella maggior parte delle occasioni mi è sembrato che il tutto fosse oltre la soglia di sopportazione a cui probabilmente siamo abituati: i bambini si distraggono “meglio” (non per forza di più) seduti per terra.

Ma c’è un “ma”, ed è un “ma” di cui ho un po’ discusso con Marlene e riguarda due aspetti da non sottovalutare, che vanno naturalmente ben oltre il tappeto in quanto tale.

DSCN0801Il primo aspetto riguarda l’insegnante. I pro e i contro del modello si bilanciano sempre in una equilibrio che, a mio avviso, è sempre positivo, ma renderebbe comunque felice anche i critici. Da un lato il lavoro aperto, senza vincoli preconfezionati, senza un rigido schema pre-confezionato di sviluppo, può essere molto stressante per l’insegnante. Non sai mai cosa ti può capitare, non sai quali domande emergeranno, dove ti porteranno, fino a dove potrai spingerti o fino a dove ti porteranno. Dall’altra, se lasci aperta la discussione, se non li blocchi, se permetti loro di muoversi senza critiche, in “a safety context”, in cui chiunque si senta legittimato a dire la propria, se riesci ad applicar ei dodici principi del KF, l’attività diventa Content/Process Driven: significa che ad un certo punto l’insegnante può anche scomparire, in quanto è la ricerca delle risposte, l’elaborazione delle teorie, lo sviluppo della discussione a guidare i bambini. L’obiettivo è investigare, non ascoltare qualcuno che ti dice cosa fare.

DSCN0773E questo è il secondo elemento, lo stress di tutti diminuisce: l’insegnante non deve per forza controllare, ma moderare, dirigere, offrire un’impalcatura a ciò che sta accadendo, supportare. I bambini devono essere concentrati, certo, ma sono piuttosto liberi di muoversi nello spazio della discussione. Ma il coinvolgimento è piuttosto assicurato: giochiamo a costruire la conoscenza. Diverso dal semplice “si fa così e così”. Estremamente diverso dal “Sedetevi lì, e ascoltate!”.

Ora Italiana: 14/11/2009 – 2:01

admin on novembre 13th, 2009

Scrivo queste righe, forse le ultime canadesi, da uno dei tavoli del Canadiana, dove ho fatto in sostanza tutte le colazioni e dove ho scritto l’80% dei post che avete letto finora. In differita: prima su Word, sorseggiando la mia tazzona di tè verde alle pere e litchie (morirei se vivessi qui, lo so!), e poi pubblicandole dalla mia stanza, visto che nell’altro edificio il Wi-Fi va molto meglio.

E mi rendo conto che in queste tre settimane di facce ne ho viste davvero tante. Alcune mi sono rimaste impresse più delle altre, ma visto che della maggior parte non conosco il nome, mi sa che gli troverò un soprannome.

DSCN0736Innanzitutto, una last entry è il tizio seduto davanti a me. Nulla di trascendentale, ma è identico al tizio del Premiere, la videoteca con noleggio di cd musicali in cui ho passato l’adolescenza, un universo parallelo i cui padroni si sono comprati Monza grazie ai nostri noleggi. Il tizio è identico al commesso pelato, gli unici suoni che l’ho sentito emettere sono dei torvi gargarismi mentre beve la coca.

Poi c’è il Pig Head, il primo tizio con cui ho scambiato qualche parola. Aveva la sua postazione in un angolo della stanza, a qualsiasi ora entrassi lo trovavo lì, davanti al portatile, con la cuffia sulla testa. Lineamenti suini, testa enorme, tipicamente in giro scalzo, raramente con le calze. Voce gutturale, sembrava Rock Feller il corvo di Louis Moreno, ve lo ricordate? L’ho visto socializzare poco anche lui (in effetti, qui ognuno si fa sostanzialmente gli affari propri), ma in una paio di occasioni mi ha colpito: la prima è quando si è seduto al tavolino con altri 4 o 5 e davanti a sé, imitando gli altri, aveva un numero imprecisato di diverse lattine di birra da mezzo litro. Al tavolo si è anche seduta una tizia con una bottiglia di Gin e una manciata di altri alcolici. Non ho capito se era una gara, una seduta di auto-aiuto o un generale momento di festeggiamento di qualcosa, con la relativa gara a chi centrava prima lo spigolo della porta o si infilava in un occhio il dito dell’indiano nella stanza. La seconda occasione è quando lo stesso gruppo si è messo a discutere di soldi, stipendi, opportunità di lavoro canadesi, e il tono lamentoso mi faceva capire che non erano molto felici del saldo del loro conto. In entrambe le occasioni la sua voce sovrastava le altre.

DSCN0742Nella categoria “ragazze carine” (e riconosco che per il Canadiana tale categoria è stata piuttosto sfortunata, per un motivo che ipotizzo dopo) ci devo mettere la ballerina e la cinese. La prima, rigorosamente con le tette rifatte (non possono essere normali), l’ho notata qualche sera prima di Halloween, con un costume piuttosto succinto, tipo Minnie o una ballerina da can, o semplicemente una delle colleghe di Julia Roberts in Pretty Woman. Mi aveva colpito perché in quei giorni faceva un freddo assurdo e la tizia stava uscendo con un’altra collega di Julia, anche lei decisamente succinta. L’aspetto carino è che in canadese o americano le voci stridule sembrano ancora più stridule, e quelle irritanti ancora più urticanti. E questo è il caso. La cinese, invece, è comparsa una mattina della scorsa settimana. Decisamente carina, ma con il problema opposto della ballerina e di PigHead: sussurrava, in un inglese quasi incomprensibile. Quindi sono riuscito a scambiarci 14 o 15 parole, o poco più. Ma l’ho intravista il giorno dopo il suo arrivo e il giorno dopo ancora. Va riconosciuto che il suo aspetto peggiorava progressivamente e i bei capelli lisci del primo giorno stavano diventando vagamente stopposi. Che sia l’acqua del Canadiana? O quella condivisibile sensazione di fregarsene di una serie di condizioni igienico-sanitarie che sembra cogliere moltissimi dei miei vicini? Ma ciò che non uccide, fortifica.

DSCN0741L’ingegnere. E’ un donnone di una trentina d’anni, forse meno. Irlandese. E’ qui per cercare lavoro, anche se da quello che ho capito il Canada ha preso due decisioni importanti, una delle quali mi infastidisce sensibilmente. La prima è che non dà più tanto facilmente permessi di lavoro (ma non l’ho detto all’amica irlandese, giusto per non guastarle l’ottimismo). La seconda è che non rimborsano più le tasse agli stranieri. Ergo, niente rimborso degli scontrini. Sigh! Non ricordo in alcun modo il suo nome, ma era particolarmente incuriosita dal computer piccolissimo (e non è stata l’unica: cosa assai inconsueta in una città in cui puoi collegarti al wi-fi con una facilità impressionante!) e dal fatto che fossi italiano. Forse perché era stata a Bergamo per una complicata storia di lavoro, una vicenda dalla quale una piccola fabbrica di guarnizioni non usciva particolarmente bene, in quanto a modello di efficienza e immagine imprenditoriale.

L’internato. Accanto alla mia stanza, un’etichetta sulla porta la diceva lunga: Private! In un ostello in cui tutto o quasi è pubblico, e il privato lo paghi il triplo (lo sa il mio conto), fa un certo effetto quella scritta. La voce che proveniva da quella porta la prima sera – quando ancora lottavo con il jet lag – era caldissima, soffusa, probabilmente di un nero. Spiegava qualcosa e rassicurava qualcuno, ma era tre settimane fa e facevo fatica a capire. Al mio primo ingresso nell’edificio 56 del Canadiana una cosa mi ha colpito subito: l’odore di mangiare nei corridoi, in netto contrasto con la neutralità della stanza. Solo nei giorni successivi ho capito di cosa si trattasse. Dai rumori che provenivano dal corridoio, il tizio usciva pochissimo, forse solo per andare a correre, tornando affannato. E quando era in stanza (o appartamento?) cucinava, guardava la tele. Poco altro. Perché internato? Perché sembrava uno agli arresti domiciliari, sempre presente a qualsiasi ora passassi di lì, e sempre pronto a riprendere chi faceva casino dopo le 22, spiegando gentilmente le basi della pacifica convivenza. E credo non gli venisse difficile: alto 1.80, spalle doppie delle mie, testone con tratti orientali e mani-badile da far paura. L’ho visto seduto in cerchio con un gruppo di ospiti del Canadiana una sera, e sembrava dispensare consigli sulle donne, che non riporterò per decenza.

DSCN0738La messicana, lo spagnolo, il pubblico ufficiale e il bohemienne messicano. Le ultime conoscenze, come scrivevo, sono quelle che ti fanno alterare di più, soprattutto quando sono carine e simpatiche. Si tratta di un gruppetto costituitosi ieri sera, composto da Michel (Spagna), Maria (Mexico), una tizia di Chicago e il rasta messicano con la rapida comparsa del “tizio-stravaccato-che-ci-ha-spiegato-la-riforma-sanitaria-degli-usa”. Affabilissimi, simpatici, socievoli, due di loro immediatamente inseriti in Facebook. Piccolo misunderstanding con Maria, ma risoltosi immediatamente senza arresti per furto! Ma lascio stare e lo racconterò a voce agli interessati! Gruppo davvero interessante.

Ora Italiana: 14/11/2009 – 1:18

Scrivo queste righe, forse le ultime canadesi, da uno dei tavoli del Canadiana, dove ho fatto in sostanza tutte le colazioni e dove ho scritto l’80% dei post che avete letto finora. In differita: prima su Word, sorseggiando la mia tazzona di tè verde alle pere e litchie (morirei se vivessi qui, lo so!), e poi pubblicandole dalla mia stanza, visto che nell’altro edificio il Wi-Fi va molto meglio.

E mi rendo conto che in queste tre settimane di facce ne ho viste davvero tante. Alcune mi sono rimaste impresse più delle altre, ma visto che della maggior parte non conosco il nome, mi sa che gli troverò un soprannome.

Innanzitutto, una last entry è il tizio seduto davanti a me. Nulla di trascendentale, ma è identico al tizio del Premiere, la videoteca con noleggio di cd musicali in cui ho passato l’adolescenza, un universo parallelo i cui padroni si sono comprati Monza grazie ai nostri noleggi. Il tizio è identico al commesso pelato, gli unici suoni che l’ho sentito emettere sono dei torvi gargarismi mentre beve la coca.

Poi c’è il Pig Head, il primo tizio con cui ho scambiato qualche parola. Aveva la sua postazione in un angolo della stanza, a qualsiasi ora entrassi lo trovavo lì, davanti al portatile, con la cuffia sulla testa. Lineamenti suini, testa enorme, tipicamente in giro scalzo, raramente con le calze. Voce gutturale, sembrava Rock Feller il corvo di Louis Moreno, ve lo ricordate? L’ho visto socializzare poco anche lui (in effetti, qui ognuno si fa sostanzialmente gli affari propri), ma in una paio di occasioni mi ha colpito: la prima è quando si è seduto al tavolino con altri 4 o 5 e davanti a sé, imitando gli altri, aveva un numero imprecisato di diverse lattine di birra da mezzo litro. Al tavolo si è anche seduta una tizia con una bottiglia di Gin e una manciata di altri alcolici. Non ho capito se era una gara, una seduta di auto-aiuto o un generale momento di festeggiamento di qualcosa, con la relativa gara a chi centrava prima lo spigolo della porta o si infilava in un occhio il dito dell’indiano nella stanza. La seconda occasione è quando lo stesso gruppo si è messo a discutere di soldi, stipendi, opportunità di lavoro canadesi, e il tono lamentoso mi faceva capire che non erano molto felici del saldo del loro conto. In entrambe le occasioni la sua voce sovrastava le altre.

Nella categoria “ragazze carine” (e riconosco che per il Canadiana tale categoria è stata piuttosto sfortunata, per un motivo che ipotizzo dopo) ci devo mettere la ballerina e la cinese. La prima, rigorosamente con le tette rifatte (non possono essere normali), l’ho notata qualche sera prima di Halloween, con un costume piuttosto succinto, tipo Minnie o una ballerina da can, o semplicemente una delle colleghe di Julia Roberts in Pretty Woman. Mi aveva colpito perché in quei giorni faceva un freddo assurdo e la tizia stava uscendo con un’altra collega di Julia, anche lei decisamente succinta. L’aspetto carino è che in canadese o americano le voci stridule sembrano ancora più stridule, e quelle irritanti ancora più urticanti. E questo è il caso. La cinese, invece, è comparsa una mattina della scorsa settimana. Decisamente carina, ma con il problema opposto della ballerina e di PigHead: sussurrava, in un inglese quasi incomprensibile. Quindi sono riuscito a scambiarci 14 o 15 parole, o poco più. Ma l’ho intravista il giorno dopo il suo arrivo e il giorno dopo ancora. Va riconosciuto che il suo aspetto peggiorava progressivamente e i bei capelli lisci del primo giorno stavano diventando vagamente stopposi. Che sia l’acqua del Canadiana? O quella condivisibile sensazione di fregarsene di una serie di condizioni igienico-sanitarie che sembra cogliere moltissimi dei miei vicini? Ma ciò che non uccide, fortifica.

L’ingegnere. E’ un donnone di una trentina d’anni, forse meno. Irlandese. E’ qui per cercare lavoro, anche se da quello che ho capito il Canada ha preso due decisioni importanti, una delle quali mi infastidisce sensibilmente. La prima è che non dà più tanto facilmente permessi di lavoro (ma non l’ho detto all’amica irlandese, giusto per non guastarle l’ottimismo). La seconda è che non rimborsano più le tasse agli stranieri. Ergo, niente rimborso degli scontrini. Sigh! Non ricordo in alcun modo il suo nome, ma era particolarmente incuriosita dal computer piccolissimo (e non è stata l’unica: cosa assai inconsueta in una città in cui puoi collegarti al wi-fi con una facilità impressionante!) e dal fatto che fossi italiano. Forse perché era stata a Bergamo per una complicata storia di lavoro, una vicenda dalla quale una piccola fabbrica di guarnizioni non usciva particolarmente bene, in quanto a modello di efficienza e immagine imprenditoriale.

L’internato. Accanto alla mia stanza, un’etichetta sulla porta la diceva lunga: Private! In un ostello in cui tutto o quasi è pubblico, e il privato lo paghi il triplo (lo sa il mio conto), fa un certo effetto quella scritta. La voce che proveniva da quella porta la prima sera – quando ancora lottavo con il jet lag – era caldissima, soffusa, probabilmente di un nero. Spiegava qualcosa e rassicurava qualcuno, ma era tre settimane fa e facevo fatica a capire. Al mio primo ingresso nell’edificio 56 del Canadiana una cosa mi ha colpito subito: l’odore di mangiare nei corridoi, in netto contrasto con la neutralità della stanza. Solo nei giorni successivi ho capito di cosa si trattasse. Dai rumori che provenivano dal corridoio, il tizio usciva pochissimo, forse solo per andare a correre, tornando affannato. E quando era in stanza (o appartamento?) cucinava, guardava la tele. Poco altro. Perché internato? Perché sembrava uno agli arresti domiciliari, sempre presente a qualsiasi ora passassi di lì, e sempre pronto a riprendere chi faceva casino dopo le 22, spiegando gentilmente le basi della pacifica convivenza. E credo non gli venisse difficile: alto 1.80, spalle doppie delle mie, testone con tratti orientali e mani-badile da far paura. L’ho visto seduto in cerchio con un gruppo di ospiti del Canadiana una sera, e sembrava dispensare consigli sulle donne, che non riporterò per decenza.

La messicana, lo spagnolo, il pubblico ufficiale e il bohemienne messicano. Le ultime conoscenze, come scrivevo, sono quelle che ti fanno alterare di più, soprattutto quando sono carine e simpatiche. Si tratta di un gruppetto costituitosi ieri sera, composto da Michel (Spagna), Maria (Mexico), una tizia di Chicago e il rasta messicano con la rapida comparsa del “tizio-stravaccato-che-ci-ha-spiegato-la-riforma-sanitaria-degli-usa”. Affabilissimi, simpatici, socievoli, due di loro immediatamente inseriti in Facebook. Piccolo misunderstanding con Maria, ma risoltosi immediatamente senza arresti per furto! Ma lascio stare e lo racconterò a voce agli interessati! Gruppo davvero interessante.

admin on novembre 13th, 2009

DSCN0901Hanno da poco servito la “cena”, e le virgolette sono d’obbligo, considerando l’agglomerato organico presente sul vassoio. Stanno facendo il giro dei drinks e quindi perché non farci un buon J&B on the rocks, con la compagnia di Bach? Nel frattempo potrei sistemare gli ultimi post di questo viaggio.
Le chiacchierate di ieri sera e di stamattina mi hanno distolto dalla prima chiusura di questo blog, e quindi lo farò domani, dall’Italia, in differita.

Per ora, a qualche migliaio di metri di altezza, in un limbo tra il Canada e l’Italia, provo a metabolizzare.

Ora Italiana: 14/11/2009 – 1:00

admin on novembre 13th, 2009

Ogni viaggio piuttosto importante – e questo lo è stato – porta con sè una serie di eventi e fenomeni che hanno molti punti in comune e che presentano la stessa dinamica di quando andavamo in vacanza da bambini e conoscevamo gli amici più simpatici la sera prima di partire, venivamo a conoscenza di qualcosa che sarebbe accaduto esattamente 15 minuti dopo la nostra partenza, o qualche giorno dopo al massimo, scoprivamo un posto magico, economico, stupendo, straordinario.

Da grandi, inoltre, a questo fenomeno ci aggiungiamo l’emergere di una serie di desideri che non hai mai avuto prima della partenza e che l’ansia del non poter rimediare – domani ho il volo, chissà cosa mi diranno quelli che sono stati qui e hanno avuto l’occasione di vedere/toccare/comprare/esperire – amplifica inverosimilmente.

E già mi immagino al mio ritorno quelli che mi diranno in sequenza sparsa:

  • Se stato in quel negozio? Ma dai era proprio lì, vicino al tuo ostello. Fanno la vera cucina canadese e preparano un alce da urlo
  • Hai visto Casa Loma? Noooooooo? Scherzi? Casa Loma è la quintessenza della canadità. E poi ti danno un buon di mille dollari da spendere dove vuoi!
  • Sei stato al Pub X? Dicono che sia il primo pub di Toronto e hanno la migliore birra in assoluto, con dei bocconcini di bisonte…
  • Come? Non sei stato al centro commerciale XYZ? non ci posso credere… Eaton Centre? è solo la metà!!!
  • Ti sei comprato l’ultimo modello dell’I-phone? Pensa che da WWW costava 14 euro con untraffico mondiale di 1.000 euro al mese. E funziona meglio in Italia, che altrove!!!

Lo so già! Ma sono sereno. Per la prima volta non mi sono lasciato prendere dal Turismo Ossessivo Compulsivo che tanto temeva Annalisa prima di Parigi – ma ne è anche lei affetta!!!. Per una volta ho fatto solo ciò che mi andava, non ciò che avrei dovuto. E, di conseguenza, non ho rimpianti.

Sarà forse che l’obiettivo per cui ero qui è stato assolutamente raggiunto con totale soddisfazione?

Sarà forse che qui a Toronto, in particolare all’OISE e all’ICS ho trovato le migliore persone che avrei mai sperato di trovare?

Sarà che ho visto il mio primo film in lingua originale dai tempi della scuola – perchè fare tutto questo sforzo?, ne ho capito il 15%, ma sono uscito felice lo stesso?

Insomma nulla da dire e quindi sono fiero di dire che non ho visto nè Casa Loma nè la AGO! E, per questa volta ne vado fiero! :-)

admin on novembre 12th, 2009

Ho perso la mia cartina. O perlomeno sarà appallottolata nella tasca posteriore di uno dei pantaloni accatastati sulla sedia della mia piccolissima stanza. Pure i pantaloni sono appallottolati. E pure la stanza!

Ciò significa che negli ultimi giorni è stato persino possibile perdermi senza cartina. Prima lo facevo con. Ora, pure senza. E ci sono due edifici di cui vale la pena di dire qualcosa.

DSCN0869Il primo è lo Scotiabank Theatre in Richmond Street, esattamente a 53 metri metri dalla porta del Canadiana. La prima sera, perdendomi vergognosamente nel quartiere mi sono imbattuto in un edificio che aveva al suo interno una gigantesca libreria (è il colpo finale al mio conto corrente), con al suo interno uno  Starbucks. Un paradiso da film, in cui puoi sfogliare quello che vuoi bevendo un caffettone. Spettacolare. E già lì avevo intravisto alcune cose decisamente carine che avrebbero finito nella lista dei nemici del mio conto corrente.

Poi, qualche giorno fa, ho deciso di guardare quali cinema ci fossero in zona in cui ci fosse Where wild things are. E noto che uno è proprio vicino all’ostello. Vicino? Esattamente a 49 metri, visto che era attaccato alla splendida libreria. Incredibile…

Il secondo posto è il Corned Beef House, in Adelaide Street, a ben 24 metri dalla porta del Canadiana, sulla strada che ho percorso tutte le mattine per andare a prendere la metro in King Street. Tutti i giorni!

Da fuori non mi attirava, anche se c’era un bel giro di gente ad ogni ora del giorno e della notte. Mi dava l’idea di uno di quei baretti da due soldi, tipo Subway (lo sconsiglio, è una porcheria!) o uno di quei ristorantini che ti sussurrano all’orecchio … salmonella… tetano… tifo…

Oggi sono entrato! Non l’avessi mai fatto. Da mangiarsi il cappello (meno male che non ce l’ho!!!)

Se penso ad alcune cene improvvisate, a come ho sfiorato l’intossicazione in alcuni esperimenti sulla gastronomia locale, e se penso che ce l’avevo qui a due passi! Da morire!!!

DSCN0856Ti servono Corned beef: ha la consistenza del prosciutto, tagliato relativamente spesso, in bocca il sapore è indescrivibile: una delicatezza assoluta, una prelibatezza! Il pane morbido, da sandwich, che a fatica riesce a trattenere 7-8 centimetri di morbidissima carne, un velo di senape e una serie di spezie. Il risultato, leggermente piccante.

Nella rosa delle esperienze gastronomiche canadese la Corned Beef House finisce al primo posto degli esperimenti! (NB: esistono diverse classifiche, e questa è quella più sperimentale, del tipo “Conosci il Canada a Tavola”).

Amazing, sarebbe il termine più adatto: Ed è una delle cose veramente più SORPRENDENTI che abbia provato in queste tre settimane. Nella mia classifica personale è nella top ten delle cose buone che ho mangiato, da sempre! Per darvi un’idea, in una classifica piatta (come fai a fare la classifica del meglio del meglio?!?) ci sono le crocchette di mia nonna, il risotto con la salsiccia di mia madre, le melanzane alla parmigiana di Annalisa, il pesto, la cassata, il panino con la milza di Palermo, la pizza al Cardo, i fiori di zucca impanati, la rosticceria catanese, il gorgonzola, il croissant francese… insomma esperienze sensoriali assolute (e ovviamente relative a me)!!!

L’accompagnamento doveva essere adeguato e quindi mi sono preso una bella bibita frizzante all’uva! Assolutamente adatta!!!

Devo dire che gran parte del lavoro (Anthony Bourdain docet) l’ha fatto il tipo che stava ai fornelli: simpatico, alla mano, ospitale, mi ha dato la dritta giusta su quale dei due tipi di carne provare. Tanto dopo me ne sono fatto un’altra metà dell’altro tipo. Assolutamente grandioso!

A pensarci bene, meglio che l’abbia scoperto solo oggi. ;-)

oinabank , eTheatre Toronto

Scotiabank Theatre Toronto

admin on novembre 11th, 2009

I am honest. I would never write a blog in English. why? Simply: because my written English is worse than my Spoken English (if it’s possible!). But just for this time, since I was invited to dinner by Nobuko, Chris and Tatiana (even if she doesn’t know!) and I knew that they are reading this blog (thank to Google Translator! ;-) ), I will do an exception and I will write in English (this will be  the last and only one time I do).

I think this is the really first time that I have Thai Food, but I don’t think I will never find another restaurant at such an excellent level! Everything was really good and fresh, amusing and tasty, the Purple Buddha too (No, it isn’t a drug!!!). We had also an amazing Ginger Fish, that is the best food I have ever had in a not Italian Restaurant.

So, thank you, Chris, Nobuko and Tatiana (maybe she will read this blog when I will be famous and she will say “I was there!!!”). Not only because for tonight I was not engaged in a fight with the question “What I will have tonight for dinner? What kind of Intoxication I will be able to test this night?”. Not only for that.

Thank you for the mood of the evening and for the feeling to be at home. But with a warning: next time I will make an exception to my “international travel policy” and I will test your Italian Cooking.

Some post editing note about this post.

First, I was going to ask to someone for an English revision of the post. But I think that this is my English, so it is enough if you understand the meaning, for grammar we’ll think about another time.

Second, Richard don’t hate me: I wrote for you in Italian, because you can understand it!!! :-D

Third, for those who don’t speak English, please don’t use Google translator:  it doesn’t work with MY English!

Fourth, best greeting and thank also from Annalisa. Just for this evening she never worried about what I was going to eat!

Fifth, there is also a picture of us together but you will find in Facebook!

Sixth, Stop! I have just bought a ticket for Where wild things are! I don’t want to miss it!

Thank you again for the wonderful evening!!!

admin on novembre 10th, 2009

Entri in una classe all’Ics ed è la prima cosa che noti. Uno spazio non delimitato, in cui un tappeto o della moquette creano un’area particolarissima, non visibile finche non viene abitata. In moltissime classi quest’area è arricchita con cuscini di tutte le forme.

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E’ una zona in cui avviene la discussione (non esclusivamente qui, ovviamente!), il confronto, il dibattito.

I bambini a volte si siedono per terra, altre sulle sedie che portano sul tappeto. La maestra in mezzo a loro, da qualche parte, allo stesso loro livello: per terra o su una sedia. E non sottovalutate questo aspetto.

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Il tappeto – che mi dicono essere assai diffuso anche in tutte le scuole pubbliche – rappresenta uno spazio a sé, una classe nella classe. E spesso viene utilizzato per “isolare” qualche bambino che è stufo, è agitato, è scazzato quando si lavora sui banchi (che qui sono tavoloni 2×1, per circa sei bambini per volta). Notare: si tende a non mandare fuori i bambini, ma a… tenerli dentro!

Ma come fare in Italia? Niente, si compra un tappeto: all’Ikea con meno di 50 euro ti tappezzi l’intera classe! E se non vuoi spendere puoi anche fartelo da te, chiedendo gli scarti da qualche tappezziere. O se vuoi puoi chiederlo ai tuoi alunni: che ognuno porti un vecchio tappeto, e poi li cuci insieme. Costo: un’oretta di lavoro, che puoi far fare ai bimbi in qualche modo (un po’ di Art Attack o Paint Your Life ci vuole sempre, no?).

Qui ti spiegano pure come fare: http://www.curbly.com/modhomeecteacher/posts/5781-recycle-carpet-samples

Qui ti spiegano pure come fare (Clicca sull'immagine)

Credo che dal punto di vista psicologico la zona “per terra” rappresenti un buon ancoraggio, un’associazione piuttosto forte: dopo un po’ quando ci sediamo lì, in cerchio, e la maestra si prepara con il blocco degli appunti (all’ICS si tratta di un Mac, ma passo a passo ci arriveremo anche noi), quando insomma si ripresenta il rituale, allora tutti sappiamo che ci vuole un certo comportamento,e che siamo seduti qui per imparare, non per giocare.

Forse una fase di Warm Up tipo quella del Yes/No potrebbe essere utile per le prime volte.

Ma come iniziare? Io proverei a lavorare con i bambini sulla loro autoconsapevolezza di quanto siano capaci al momento di confrontarsi, discutere, dialogare tutti insieme per trovare idee nuove. Poi, nella discussione li porterei a cercare nuove condizioni ideali per ottenere dei buoni risultati, a mo’ di brain storming. Magari li porterei anche verso soluzioni più comode, diverse. E poi farei uscire da loro l’idea.

[lo so, non è molto Knowledge Building, ma a qualche parte si deve pur iniziare ;-) ]

Se la discussione è stata produttiva, passerei all’operazione “Magic Carpet” (in una delle modalità che ho riportato più sopra). Da lì, un giorno, inizierei con il farli sedere in cerchio, riflettere su questa modalità di confronto, e via… Partirei come un treno.

Provare per credere (e magari, commentare e segnalare).

Dal sito: http://www.nationalgallery.org.uk

Da: http://www.nationalgallery.org.uk